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mercoledì 3 settembre 2014

Tassisti : la guerra di UBER...

Uber chiuso in Germania
Pubblicato il 2 settembre 2014 da Marco Taxistory
esplosioneilsole24ore.com Il tribunale di Francoforte chiude Uber, l’applicazione che permette di avere un autista a portata di smartphone. Dopo le proteste dei tassisti in diverse città europee, i giudici della città tedesca hanno disposto un’ingiunzione temporanea nei confronti della società californiana che non potrà trasmettere le richieste dagli utenti agli autisti. A giugno le proteste dei tassisti contro la app, che permette di inoltre di improvvisarsi “driver” e offrire la propria auto, si erano diffuse in tutta Europa.
Uber, fondata nel 2009 a San Francisco, è stata valutata a giugno 18,2 miliardi di dollari.
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Taxi 2.0 tra ambasciatori e sabotaggi: tutti i colpi bassi di Uber contro i rivali
Pubblicato il 1 settembre 2014 da Marco Taxistory
u_va55lastampa.it Sabotaggi, tentativi di conversione, piani segreti e cellulari da usare solo una volta. La sfida dei taxi di ultima generazione sta prendendo una piega degna della serie “Homeland” o di qualunque film sulle spie. Due gli attori protagonisti. Uno è Uber, l’ormai noto servizio di noleggio con conducente, disponibile in 45 Paesi e – in Italia – anche a Roma e Milano. L’altro è Lyft, la startup rivale, che offre un servizio analogo, ma per ora solo negli Stati Uniti.
Nome in codice SLOG
I conducenti di Lyft sono riconoscibili dai vistosi baffi in peluche rosa messi sul muso dell’auto. Sia per questo dettaglio o per altro, soprattutto a New York il servizio ha iniziato a guadagnare terreno. È lì che Uber avrebbe messo in piedi un’incredibile campagna di sabotaggio, per provare a far cambiare sponda agli autisti di Lyft. A rivelarlo è un’inchiesta del sito americano The Verge, che include la testimonianza proprio di una delle persone assunte da Uber per ostacolare la concorrenza. L’operazione si chiama SLOG ed è davvero degna di un film di 007.
Gli evangelizzatori da taxi e i colpi bassi di Uber
Il dubbio che Uber stesse provando a ostacolare Lyft in tutti i modi era già emerso a inizio agosto. Ma ora si scopre come. Al cuore di tutto ci sono i cosiddetti “Brand ambassador”, ambasciatori ed evangelizzatori del verbo uberiano. Ragazzi e ragazze assunti per far conoscere il servizio soprattutto ai potenziali utenti e che invece –stando a quanto emerso dall’inchiesta – da quest’estate hanno iniziato a prendere di mira i conducenti di Lyft. Prenotando loro stessi delle corse del servizio rivale. E, una volta a bordo, provando a convincere il conducente a cambiare sponda.
Cellulari e carte di credito: il kit del perfetto sabotatore
Lo sforzo di reclutamento e sabotaggio era molto ben organizzato. Per i suoi ambasciatori, Uber ha messo in palio ricchi bonus per ogni autista convertito alla causa. Non solo. Per non far scoprire tutta l’operazione, l’azienda riforniva i suoi di cellulari, schede SIM e carte di credito da usare una sola volta, per prenotare una corsa su Lyft senza lasciare tracce. Ma c’erano anche rapporti e tabelle online per evitare di contattare due volte lo stesso conducente.
Un doppio vantaggio
Una volta a bordo, gli ambasciatori dovevano seguire un dettagliato manuale di conversazione, utile per convincere l’autista Lyft a togliere i baffi rosa dal muso e passare a Uber. Se l’operazione riusciva, eccoli pronti a sfoderare e consegnare il “driver’s kit”: il pacchetto dato ad ogni conducente per operare con Uber. Ma anche in caso di insuccesso, c’era un vantaggio: aver impedito all’autista di Lyft di raccogliere un altro cliente e, quindi, al rivale di diffondersi ulteriormente.
La replica: “Siamo aggressivi, ma non sleali”
Dopo i tassisti infuriati (a Milano e non solo), il divieto di operare a Berlino e Amburgo, in generale tutto il dibattito sulla legalità del servizio, per Uber sembrano esserci tempi più duri del previsto. L’azienda ha ammesso l’esistenza di SLOG, ma solo come di una campagna di marketing e reclutamento di nuovi autisti. «Le nostre pratiche sono aggressive, ma non sleali», hanno detto – in sintesi – i capi di Uber, Ryan Graves e Travis Kalanick, rispondendo alle critiche su Twitter. Ma c’è di più: proprio Kalanick ha riferito che Uber sarebbe stata a sua volta vittima di sabotaggio: «Abbiamo contato oltre 12 mila corse prenotate e poi cancellate proprio da impiegati e autisti Lyft». E se la guerra fosse solo all’inizio?
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Uber programma l’espansione in Germania. Nonostante i divieti…
Pubblicato il 30 agosto 2014 da Marco Taxistory
VA55_Ubermosèautoblog.it L’”incredibile richiesta” in termini di clientela ha spinto i vertici della società Uber a programmare una massiccia campagna d’espansione sul mercato tedesco, nonostante i veti imposti in alcune fra le principali città del paese (Berlino ed Amburgo su tutte). La Reuters anticipa che l’applicazione di taxi on demand verrà introdotta da qui alla fine del 2014 a Bonn, Colonia, Dortmund, Essen, Norimberga, Postdam e Stoccarda, alla luce degli ottimi risultati conseguiti ad Amburgo, Berlino, Dusseldorf, Francoforte e Monaco (dov’è già disponibile). I vertici della società auspicano in tal modo di raddoppiare i clienti nel paese, nonostante l’opposizione delle amministrazioni che governano Amburgo e la capitale. Pochi giorni fa Wired ha ricordato che
il servizio è stato in un primo momento bandito a Berlino per essere poi riammesso fino a nuovo ordine. Tutto, in realtà, è iniziato in aprile, quando un tribunale della Capitale ha sentenziato, in seguito alla richiesta di un singolo tassista, che l’app non deve operare. L’accusa al servizio di San Francisco è sempre la stessa: farebbe concorrenza sleale alle auto gialle. Il provvedimento di divieto vero e proprio è arrivato da parte del dipartimento competente alla vigilia di Ferragosto, con tanto di minaccia di multe fino a 25mila euro.
Alla fine di luglio il tribunale di Amburgo vietò Uber perché i suoi autisti non dispongono della speciale patente che i taxisti devono necessariamente conseguire per trasportare passeggeri, oltre alla licenza professionale specifica. Gli avvocati della start up presentarono ricorso, ma in ogni caso – come ha scritto La Stampa – il divieto non sarà esecutivo finché la corte d’appello non avrà confermato la sentenza dei giudici amministrativi. Nel caso, gli autisti che contravvenissero al divieto rischierebbero multe da 1000 euro.

Tuttavia una sentenza emessa nei giorni scorsi del Tribunale amministrativo di Berlino ha decretato che il servizio potrà tornare ad essere erogato sia ad Amburgo che nella capitale. Questo balletto di sentenze ed ordinanze sembra aver spinto la concorrenza a lanciare il guanto della sfida.

martedì 2 settembre 2014

Airport Handling, primo giorno per 1.700 operai : ADL-CUB TRASPORTI, ASSEMBLEA GENERALE NON RETRIBUITA DI TUTTI I LAVORATORI Airport Handling MALPENSA, MERCOLEDI 3 SETTEMBRE 2014 dalle ore 15 alle ore 17 presso mensa T1

Operai assunti: 1700 su 2200

Gli operai tornano al lavoro da lunedì con una nuova casacca, diciamo così, ma non tutti. Su 2.200 dipendenti, sono 1.700 i lavoratori confermati; per gli altri saranno applicati gli accordi sindacali sottoscritti tra giugno e luglio, in un clima di crescente tensione (un referendum tra i lavoratori bloccò il primo accordo). 


Sea resterà fuori dalla gestione

La speranza è che la nuova società soddisfi l’Unione Europea, perché è proprio a causa di una ammonimento di Bruxelles, che aveva messo in mora l’Italia per la posizione di privilegio di Sea Handling sul mercato aeroportuale milanese, che tutto era cominciato, creando non pochi guai al gestore di Malpensa. Per soddisfare queste richieste, su suggerimento del governo, Sea si è di fatto spogliata delle gestione, che è stata affidata a un trust indipendente, il quale governerà attraverso una società connessa (un trustee). Sea dunque starà fuori dalla gestione e mercoledì scorso è stato nominato il cda della nuova società, che avrà come presidente l’ex ministro del lavoro Tiziano Treu. 
Per la Ue potrebbe non essere vera concorrenzaLa Ue però ha già aperto una inchiesta sulla capogruppo Sea, sospettando che con il trust abbia solo aggirato l’ostacolo e ha deferito l’Italia alla corte europea di giustizia per il mancato pagamento della maxisanzione comminata a suo tempo. Dal punto di vista dei lavoratori tuttavia ci sono buone nove, perchè se è vero che il 20% della forza lavoro non è stata confermata, va rimarcato che vi è stata la conferma delle commesse di lavoro da parte delle compagnie aree che prima operavano con Sea Handling. Il futuro non è chiarissimo, ma la strada intrapresa da Sea, insieme al governo e agli enti locali, ha una sua logica e delinea una strategia difensiva per risolvere questa crisi politica di livello europeo.

ASSEMBLEA GENERALE NON RETRIBUITA DI TUTTI I LAVORATORI Airport Handling

ASSEMBLEA GENERALE
NON RETRIBUITA DI TUTTI I LAVORATORI
Airport Handling
MALPENSA: MERCOLEDI 3 SETTEMBRE 2014
dalle ore 15 alle ore 17  presso mensa T1
SARANNO PRESENTI I LEGALI DELLA CUB TRASPORTI 
E DELL’ADL VARESE
Ordine del giorno:
- QUESTIONI GIURIDICHE LEGATE ALLO START UP DI AH
- VERTENZA COLLETTIVA SU TURNAZIONI/RIPOSI/ESENTATI
- RAPPRESENTANZE SINDACALI IN AH

CUB Trasporti                             ADL Varese

17 settembre a Milano incontro sulla SANITA', ore 10.00-16.00, nella sala Expo (ex Cifi), Stazione Garibaldi




Contro il licenziamento di Raffaele (al ventesimo giorno di sciopero della fame),lavoratore invalido licenziato al San Paolo : Martedì 27 agosto alle ore 15.00 si è svolta, con una grande partecipazione di lavoratori del San Paolo, del San Carlo, del San Raffaele, di Niguarda, di esponenti dell’opposizione sindacale milanese, del Coordinamento dei lavoratori della Sanità, la 2° udienza tenuta dal giudice T. Perillo presso il tribunale di Milano (sezione lavoro) di via Pace


Martedì 27 agosto alle ore 15.00 si è svolta, con una grande partecipazione di lavoratori del San Paolo, del San Carlo, del San Raffaele, di Niguarda, di esponenti dell’opposizione sindacale milanese, del Coordinamento dei lavoratori della Sanità,  la 2° udienza tenuta dal giudice T. Perillo presso il tribunale di Milano (sezione lavoro) di via Pace che ha ascoltato i testi (3 su 4 convocati) in merito ai fatti che hanno portato al licenziamento di Raffaele avvenuto il 23 maggio scorso.
L’interrogatorio dei testi si è protratto per lungo tempo e si è concluso dopo 3 ore.  L’attendibilità delle testimonianze che vorrebbero mettere un uomo invalido, che si regge a stento su una stampella, nei panni di una furia trattenuta da 7 operatori di CPS “più altri” senza per altro nemmeno accedere (come è stato confermato) al cospetto diretto della sua responsabile/accusatrice ha evidentemente indotto il giudice a ulteriori verifiche che hanno rivelato una serie di contraddizioni. È ormai chiaro che il dispiego di certi mezzi nei confronti di Raffaele è stato giustificato sulla base di interpretazioni soggettive nei riguardi delle sue intenzioni ma non certo di alcun fatto concreto non essendosi verificata la benché minima aggressione fisica… Anzi, ad essere "preso" secondo le risultanze fu proprio Raffaele, ma a quanto pare ciò sembra sfuggire ai più data la posizione di accusato che purtroppo gli è stata ritagliata addosso.
Quello che esce sempre più chiaro dall’analisi dei fatti è perciò il quadro di un tentativo per la "soluzione definitiva" di antiche ruggini interne al CPS di via Conca del Naviglio, una soluzione mirante a creare i presupposti per un trasferimento disciplinare di Raffaele in altra sede lavorativa, ma evidentemente si è trattato di un tentativo che non ha fatto i conti con i personaggi che muovono le questioni disciplinari al San Paolo. Ora la frittata è fatta e un collega invalido di 51 anni è in attesa di sentenza giudiziaria.
Raffaele che intanto ha perso 14 Kg. di peso dall’11 agosto, data di inizio dello sciopero della fame è parso molto provato tant’è che mentre guadagnava l’uscita ha rischiato di cadere per un mancamento.  
Continua intanto - in attesa della sentenza che potrebbe giungere entro pochi giorni - il presidio ospedaliero nei pressi della sede sindacale a sostegno della lotta di Raffaele che nonostante le sue condizioni ha intenzione di continuare lo sciopero della fame ad oltranza in segno di protesta e per il diritto al lavoro.
LUNEDI' 1° SETTEMBRE '14 ore 18.00 presso il PRESIDIO PERMANENTE ospedale SAN PAOLO : RIUNIONE PUBBLICA DEL COORDINAMENTO LAVORATORI DELLA SANITA'

milano, 29/08/14                                                                           

usi san paolo

L'ascensore sociale è inceppato: i giovani vivono peggio dei genitori

L'ascensore sociale è inceppato: i giovani vivono peggio dei genitori
Di Chiara Merico - 27 agosto 2014
L’ascensore sociale? È rotto ormai da tempo, e il sistema educativo non offre più a chi studia la garanzia di poter migliorare la propria condizione. 
Una ricerca del Censis conferma questa preoccupante tendenza: al primo impiego solo il 16,4% dei giovani nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla famiglia di origine, mentre quasi un terzo (il 29,5%) ha sperimentato la cosiddetta “mobilità discendente”, trovandosi in una condizione meno agiata di quella della famiglia di provenienza.
«Accade sempre più spesso che i genitori senza laurea lavorino, mentre i figli, pur laureati, non trovano un’occupazione», spiega a La Repubblica degli Stagisti Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro all’università La Sapienza di Roma. «L’ascensore funziona sempre più al contrario: una frazione crescente della classe media si sta proletarizzando. In Italia ci sono 8 milioni di poveri, e prima della crisi erano 5 milioni: il loro ascensore è sceso, così come è sceso quello dei disoccupati», aggiunge il sociologo. 
La scuola sembra aver ormai abdicato alla sua funzione di riequilibratore sociale, che consentiva ai capaci e meritevoli, sia pur provenienti da famiglie disagiate, di farsi avanti e raggiungere una condizione migliore: l’abbandono scolastico è marginale tra i figli dei laureati (2,9%), sale al 7,8% tra i figli dei diplomati e arriva addirittura al 27,7% tra i figli di genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. Un ragazzo su tre tra quelli che concludono anzitempo il percorso di studi viene da una famiglia in cui i genitori svolgono professioni non qualificate, contro il 3,9% dei figli di genitori che sono impiegati in professioni qualificate.
Una buona istruzione non basta a salvare i ragazzi dalla disoccupazione
: anzi, la crisi ha portato a un rafforzamento del fenomeno dell'«overeducation», cioè del possesso di un titolo di studio superiore a quello richiesto. Tra il 2008 e il 2013 la domanda di lavoro in Italia ha continuato a concentrarsi soprattutto sui livelli di studio bassi, gli unici a registrare un andamento positivo (+16,8%), a scapito sia dei titoli medi (-3,9%), sia di quelli più elevati (-9,9%). Aumentano i diplomati (+32,7%) e ancora di più i laureati (+36,6%) impiegati in mestieri che richiedono una bassa qualifica: e non sembra valere più nemmeno la distinzione tra lauree “forti”, come quelle in materie economiche, statistiche o in ingegneria, e “deboli”, come quelle in scienze sociali e umanistiche: oltre un laureato su due in materie economiche e un ingegnere su tre sono costretti a ripiegare su lavori meno qualificati, contro il 43,7% dei laureati in materie umanistiche o sociologiche.
In questo quadro, la sfiducia regna sovrana: se in Europa due terzi dei giovani tra 18 e 29 anni si dichiarano ottimisti verso il futuro, in Italia la percentuale non arriva alla metà. Questo atteggiamento influisce anche sulla crescita degli abbandoni scolastici: secondo i dati del Censis, nel giro di 15 anni la scuola statale ha “perso” circa 2,8 milioni di giovani, di cui solo 700mila hanno continuato a studiare in istituti non statali o hanno trovato un lavoro. I giovani italiani diplomati tra i 20 e i 24 anni sono il 77,9%, contro una media europea dell'81,1%.

La sfiducia nell’istituzione scolastica è legata anche al rapporto sempre più difficile tra i genitori e gli educatori: solo un genitore su dieci partecipa alle elezioni degli organi collegiali, e il 24,6% dei presidi evidenzia che le famiglie assumono un atteggiamento sempre meno collaborativo. «Il problema della scuola in Italia è vastissimo e ha diverse cause», commenta De Masi. «Prima di tutto, è dovuto alla serie di ministri che si sono succeduti negli ultimi anni e non hanno saputo gestire la situazione. 

Poi c’è la questione della scarsa corrispondenza tra scuola e lavoro: in Italia si sceglie l’indirizzo scolastico a 15 anni, e al termine del percorso, quando lo studente ne ha 25, il mondo è cambiato e le esigenze sono diverse. Infine, la scuola italiana è stata massacrata dai tagli, ed è in fondo alle classifiche dei Paesi Ocse». 
Il clima di disincanto e demotivazione si riflette anche sull’università, che continua a perdere iscritti: nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni solo un italiano su cinque è laureato, contro una media europea del 34,6%. E le immatricolazioni continuano a calare: nell’anno accademico 2011-2012 sono state circa 9.400 in meno rispetto all’anno precedente, per un tasso di passaggio dall’istruzione superiore a quella universitaria calato dal 50,8% al 47,3% in due anni.
 Ma anche chi decide di iscriversi non sempre tiene fede all’impegno: solo uno studente italiano su quattro si laurea in corso, nei tre anni canonici, e solo il 55% degli iscritti arriva a conseguire il titolo, contro una media del 70% nei Paesi Ocse. 
Sempre più studenti scelgono di puntare su un corso di studi all’estero, alla ricerca di una migliore offerta formativa e di maggiori prospettive occupazionali. Il numero di studenti italiani iscritti in università straniere è aumentato del 51,2% tra il 2007 e il 2011, passando da 41.394 a 62.580. A muoverli è la speranza di trovare migliori opportunità di realizzazione sociale fuori dai confini nazionali. «Anche l’università italiana risente dei suoi mali storici, come la cattiva selezione dei docenti e dei programmi e la cattiva distribuzione delle risorse», commenta De Masi. «Non è un caso che nelle graduatorie mondiali nessun ateneo italiano si classifica prima del centesimo posto». Andare all’estero è la soluzione? «Purtroppo studiare fuori dall’Italia non è un’opzione per tutti, ma solo per chi se lo può permettere», risponde il sociologo. «Dovrebbero esserci buone scuole qui, ma per averle occorrerebbero soluzioni drastiche, che al momento nessuno sembra in grado di adottare».
Chiara Merico

Produrre si, ma per chi e per che cosa? MILANO: ASSEMBLEA COMITATO DI LOTTA PER IL LAVORO

La condizione delle lavoratrici e dei lavoratori nel Paese, a causa delle politiche economiche praticate dal governo italiano su indicazione dell’Europa, è semplicemente drammatica. La grande concentrazione dei redditi derivati dalla proprietà del capitale a costo di un calo molto marcato dei redditi da lavoro, ha determinato una diminuzione della domanda e della crescita economica, causando una diminuzione della percentuale delle persone che lavorano, e, contemporaneamente, una crescita esponenziale della disoccupazione, che, grazie anche all’indecente innalzamento dell’età pensionabile, ormai interessa tutte le fasce d’età.
E il governo, invece di mettere in campo azioni finalizzate alla piena e buona occupazione, che fa?
Si limita a dare la mancetta a “pochi” eletti, precarizza ulteriormente i contratti a termine e, ultimo ma non meno dannoso, svilisce la figura del rappresentante sindacale – dimezzando i permessi sindacali e facendo passare per cialtroni privilegiati tutti i rappresentati dei lavoratori – utilizzando i lavoratori pubblici come banco di prova.
Forse il vero problema è che la piena occupazione dà potere al mondo del lavoro, permettendo che aumenti la sua sicurezza e il suo livello di diritti e diminuendo proporzionalmente i redditi da capitale. E forse questo a “qualcuno” non piace.
Tutte queste azioni infatti, hanno come unica logica la distruzione dei diritti dei lavoratori e la difesa dei privilegi dei padroni e degli speculatori.
Noi lavoratrici e lavoratori, studenti, cassintegrati e precari, esodati, disoccupati e pensionati, noi che abbiamo sempre vissuto del nostro lavoro e oggi siamo in mezzo a una strada, noi che abbiamo studiato o stiamo studiando per avere un futuro dignitoso, noi che siamo considerati troppo giovani per andare in pensione ma troppo vecchi per lavorare, noi che abbiamo a cuore il futuro di questo Paese, la cui Costituzione è stata scritta con il sangue dei nostri nonni e nonne Partigiani, noi che facciamo fatica ad arrivare alla terza settimana, ABBIAMO DECISO CHE E’ ORA DI CAMBIARE PASSO.
Per questo ti invitiamo a partecipare a questa Assemblea, propedeutica alla costruzione di una Marcia per il Lavoro milanese, capace di rimettere al centro della discussione politica temi concreti e soluzioni per ottenere piena e buona occupazione, partendo da chi ha contribuito a far crescere ed arricchire il territorio e oggi si vede negare il proprio futuro.
Durante l’assemblea verrà discussa la costruzione di una serie di iniziative che siano sia di informazione, agitazione e organizzazzione di un percorso di coordinamento delle realtà di lotta nel nostro territorio, sia preparatorie alla marcia.
fra le altre valuteremo la costruzione comune dell’iniziativa con i compagni della fabbrica tessile turca Kazova, occupata e rimessa in produzione dai suoi operai, prevista per il 12 settembre prossimo a Milano, per discutere anche a livello internazionale il problema fondamentale che sta alla base dello sfruttamento capitalista:
mercoledi’ 3 settembre 
assemblea Comitato di Lotta per il Lavoro 
ore 21 - c/o circolo PRC di Sesto San Giovanni, 
Via Don Giovanni Minzoni, 125
Insieme si può, uniti si vince.
Produrre si, ma per chi e per che cosa?

Comitato di Lotta per il Lavoro Milano e Provincia

domenica 31 agosto 2014

L’ Italia taglia welfare e posti di lavoro P.A. mentre versa miliardi di euro in Europa !

Riceviamo e pubblichiamo: 
L'Italia è il terzo contribuente netto dell'Ue. Il budget annuale dell'Unione europea è di circa 140 miliardi di euro, ovvero poco più dell'1% del Pil complessivo degli Stati membri. Le risorse versate dall'Italia all'Ue sono aumentate dai 14 miliardi di euro del 2007 ai 16,4 miliardi del 2012, mentre gli accrediti effettuati dall'Unione nel periodo si sono aggirati intorno ai 9-11 miliardi all'anno, determinando dal 2002 al 2013 così un consistente saldo a nostro svantaggio  - €4.994,17 milioni di euro ( - 4.994.170.000 euro) annui!
Esistono tre tipi di risorse per colmare questo contributo al sistema europa:
• le risorse proprie tradizionali: sono costituite principalmente dai dazi doganali sulle importazioni provenienti dai paesi extra UE e dai prelievi sullo zucchero. Nel QFP 2007-2013 gli Stati membri hanno trattenuto il 25 % degli importi a titolo di spese di riscossione;
• la risorsa propria basata sull’imposta sul valore aggiunto (IVA): si tratta di un’aliquota uniforme dello 0,3 % che, tranne qualche eccezione, è applicata sulla base IVA armonizzata degli Stati membri;

• la risorsa propria basata sul prodotto nazionale lordo: ogni Stato membro trasferisce al bilancio dell’UE una certa percentuale della propria ricchezza (espressa in PNL, nel 2012 era lo 0,7554 %). Benché fosse stata concepita come strumento di riequilibrio, è diventata la principale fonte di entrate del bilancio dell’UE, rappresentando circa il 70 % del gettito totale.
Altre fonti di entrata (circa il 6,2 % nel 2012) sono costituite da imposte e altre trattenute sulle retribuzioni del personale dell’UE, interessi bancari, contributi di paesi extraeuropei ad alcuni programmi, interessi di mora e ammende.

Da aggiungere a tutto ciò i miliardi versati dall'Italia e dai paesi dell'eurozona nel MES ,più gli interessi sul debito pubblico e quelli da versare ogni qualvolta che viene richiesto denaro alla Bce !
I nostri politici ed i Media però con la solita storiella dei falsi invalidi, evasori, tagli-riforme senato, province, leggi elettorali, alzamento dell’età pensionabile, riduzione del costo del lavoro,privatizzazioni, flessibilità e competitività <raccontano>,ai cittadini,che il tutto occorre a ridurre il debito Pubblico ! Intanto ricchezze che si accentrano sempre più in
poche mani e disastri economici in molti stati sono realtà che passano come effetti collaterali e non come disastri umanitari .

 30/08/2014  a cura di Carmine Curcio, Macchinista FS

p.s.   I 4 miliardi pagati dall’Italia
<Ad esempio l’anno scorso lo Stato italiano ha pagato alla Bce interessi per circa 4 miliardi di euro sui 102 miliardi presenti nell’Smp **. E’ una cifra importante pari a metà delle tanto tormentate coperture per il bonus di 80 euro. L’8% la Bce lo trattiene in bilancio. Il restante 92% lo ripartisce tra le varie banche centrali europee, che possono trasferire periodicamente poi gli utili ai propri governi. Tenuto conto che il riparto si fa in proporzione al peso dei vari Stati membri dell’eurozona, la maggior parte delle quote di questi interessi (circa il 40%) va alla Bundesbank e alla Bank of France.
Conti alla mano, se è vero che gli acquisti della Bce hanno tenuto sotto controllo lo spread, è anche vero che l’Smp ha trasferito dallo Stato italiano alla Bundesbank poco meno di 1,5 miliardi di euro di interessi solo nel 2013. Il modo in cui l’Smp è stato realizzato evidenzia uno dei numerosi difetti architetturali dell’euro ma questa recente decisione va nella giusta direzione e va cavalcata. Adesso che l’Smp non si sterilizza più, perché la Bce ha deciso di tenersi quasi 170 miliardi di euro di titoli di Stato, va completata l’opera stabilendo che questa detenzione sarà fino a scadenza dei titoli e che non comporta pagamento di interessi. Anzi è arrivato forse il momento di restituire quelli già pagati sinora alla Bce dai paesi periferici in difficoltà. Insomma operare come la Fed muovendosi per il benessere di tutti gli Stati (Uniti) d’Europa.>
**( Il programma Smp portò alla Banca centrale oltre 220 miliardi di euro di titoli di Stato, di cui 102 erano italiani. Tutti ricordano che nel momento più critico della crisi, nel 2011, la Bce decise un programma di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi periferici per tenere sotto controllo lo spread con il bund tedesco; si trattava del Securities Market Programme (Smp). La Bce temporaneamente «stampava» moneta per comprare i titoli di Stato dei Paesi periferici in difficoltà; la nuova moneta sarebbe poi stata «eliminata» nel momento in cui i titoli venivano de facto venduti sul mercato.)

Allarme lavoro, ogni giorno persi mille posti. Squinzi: “Siamo tornati ai tempi peggiori”

Allarme lavoro, ogni giorno persi mille posti. Squinzi: “Siamo tornati ai tempi peggiori”
Disoccupazione vicina ai massimi: 12,6% a luglio. Per i giovani tasso in calo al 42,9%. Il ministro Poletti: «I dati seguono l’andamento altalenante dell’economia»
L'originale dell'articolo del quotidiano LA STAMPA qui di seguito ripreso si può trovare al link: 
ANSA 29/08/2014: Torna a salire il tasso di disoccupazione. A luglio, informa l’Istat, si è attestato al 12,6%, in aumento di 0,3 punti rispetto al mese precedente e di 0,5 punti nei dodici mesi.
I dati provvisori indicano che gli occupati a luglio sono calati di 35 mila unità: è come se si fossero persi più di mille posti al giorno. Il dato riporta il tasso dei senza lavoro ai livelli di maggio, appena sotto i massimi storici. Nel secondo trimestre per gli uomini il tasso rimane stabile all’11,5%, mentre per le donne vola dal 12,8% al 13,4%. Aumenta inoltre il divario territoriale: si passa dall’8,4% del Nord al 20,3% del Sud. 
Squinzi: «Situazione drammatica» 
È un «dato drammatico» ha detto il leader degli industriali Giorgio Squinzi nel suo intervento al Meeting di Rimini. «Siamo tornati ai livelli peggiori. Questo è quello su cui dobbiamo riflettere: ritrovare la capacità di trovare lavoro e questo può venire solo dalle imprese». Serve una visione complessiva del Paese, secondo Squinzi: «Un Paese che ha oltre il 40% di disoccupazione giovanile è un Paese che non ha futuro». E, criticando la politica, ha sottolineato «la differenza tra i politici, che pensano alle prossima elezioni e gli statisti, che pensano alle prossime generazioni: ecco noi dobbiamo pensare alle prossime generazioni». Secondo Squinzi, anche il Pil 2014 si avvia a chiudere in negativo dello 0,2-0,3% e per questo serve una scossa: «Gli italiani devono essere pronti a un periodo di austerità nei prossimi anni per tornare alla ripresa e alla crescita dell’occupazione».   
Poletti: «Effetto della crisi e di turbolenze internazionali» 
«I dati diffusi dall’Istat evidenziano come l’andamento del lavoro segua quello altalenante dell’economia. Dopo l’incremento complessivo di circa 100 mila occupati nei mesi di maggio e giugno, a luglio calano di 35.000 unità»: questo il commento del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al dato sulla disoccupazione. «Sono gli effetti negativi della coda di una lunga crisi dalla quale il Paese sta faticosamente uscendo, cui si sono aggiunte le turbolenze internazionali che stanno pesando sull’economia di tutti i grandi paesi europei - ha detto Poletti -. È un dato positivo l’aumento del tasso di occupazione giovanile, che a luglio cresce dello 0,6% rispetto al mese precedente». 
È dai dati Isfol che arriva il primo segno positivo secondo il ministro: «La semplificazione delle norme sull’apprendistato ha favorito un aumento del ricorso a questa tipologia contrattuale importante per l’inserimento dei giovani - aggiunge il ministro -, quella delle norme per il contratto a termine ha prodotto un moderato aumento dell’utilizzo di questo contratto, senza provocare ripercussioni sul tempo indeterminato che cresce per la prima volta dopo due anni. Confidiamo che queste tendenze si possano confermare e consolidare nei prossimi mesi».
Giovani 
L’incidenza dei disoccupati di 15-24 anni è dell’11,8%, in aumento di 0,1 punti rispetto al mese precedente e di 1,1 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è pari al 42,9%, in diminuzione di 0,8 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti nel confronto tendenziale. I senza lavoro tra i 15 e i 24 anni sono 705 mila.
Stranieri 
La riduzione tendenziale dell’occupazione italiana (-105.000 unità) si accompagna alla crescita di quella straniera (+91.000 unità). In confronto al secondo trimestre 2013, il tasso di occupazione degli stranieri (58,7%) segnala un aumento di 0,6 punti a fronte della stabilità di quello degli italiani (55,4%). 
Industria e costruzioni 
Nell’industria in senso stretto riprende la crescita dell’occupazione (+2,8%, pari a 124.000 unità), dovuta solo alla componente maschile, mentre prosegue la contrazione di occupati nelle costruzioni (-3,8%, pari a -61.000 unità) e nel terziario (-0,6%, pari a -92.000 unità). 
Contratti 
Non si arresta la flessione degli occupati a tempo pieno (-0,5%, pari a -89.000 unità rispetto al secondo trimestre 2013), che in quasi due terzi dei casi riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-0,5%, pari a -57.000 unità). Gli occupati a tempo parziale continuano ad aumentare (+1,9%, pari a 75.000 unità), ma la crescita riguarda esclusivamente il part time involontario che riguarda il 64,7% dei lavoratori a tempo parziale. Dopo cinque trimestri consecutivi di calo, riprende la crescita dei dipendenti a termine (+3,8%, pari a 86.000 unità nel raffronto tendenziale) a cui si accompagna per il settimo trimestre la diminuzione dei collaboratori (-8,3%, pari a -36.000 unità). 
Inattivi 
Nel secondo trimestre 2014 continua la diminuzione del numero di inattivi 15-64 anni (-1,0%, pari a -151.000 unità), dovuto ai 55-64enni e alimentato in oltre otto casi su dieci dalle donne. Il tasso di inattività scende al 36,3%, dal 36,6% del secondo trimestre 2013.