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lunedì 2 maggio 2016

I possibili rischi della chiusura delle frontiere in Europa (da pennabiro.it)



I possibili rischi della chiusura delle frontiere in Europa

da/www.pennabiro.it/


Le stragi di Bruxelles e Parigi, sia per la gravità delle perdite umane che per l’impatto emotivo e la minaccia alla sicurezza interna, corrispondono a un 11 settembre per l’Europa. 
Mentre negli USA furono identificati subito gli autori, qui è più difficile capire chi sono perché si tratta di cittadini europei più che di infiltrati, non migranti attuali ma immigrati di seconda o terza generazione che non riescono a inserirsi bene nel tessuto sociale e soddisfare le proprie aspirazioni, quindi sono dei giovani frustrati e arrabbiati, facile preda del fondamentalismo, e si rifugiano in quartieri ghetto che reagiscono contro la polizia perché si sentono bersagliati e discriminati e più vicini a quei giovani che allo stato.
In questi ultimi sei mesi è cresciuta una grandiosa immigrazione dal Mediterraneo orientale, dalla Turchia in Grecia, Macedonia, e su fino alla Germania, mentre continua l’afflusso delle barche verso l’Italia. Sono intere popolazioni che si vogliono spostare dall’Asia (Medio Oriente ma anche India, Pakistan) e dall’Africa, non solo per le guerre e il terrorismo ma per la ricerca di un lavoro e di un futuro.
In Iraq e Afghanistan continuano le decennali guerre, e quindi gli esodi. La guerra in Siria ha visto un pesante intervento aereo della Russia, e un improvviso ritiro (ufficiale, non reale), che nonostante le apparenze erano di fatto concordati con gli USA, e che hanno aggravato la situazione della popolazione bombardata e affamata accrescendone la fuga in massa.
L’Africa è un continente destinato a grande crescita di popolazione, nonostante epidemie, carestie -in Etiopia, 90 milioni di abitanti, imperversa la più grave degli ultimi 30 anni – e guerre (Libia, sud-Sudan, Somalia ecc.) create dalle ingerenze, anche armate, del colonialismo stimolate dall’interventismo della Clinton; tutto questo rafforza la possibile immigrazione di milioni di persone verso l’Europa.
Questo stato di cose influenza l’Unione Europea stessa: in un primo momento ci sono state dichiarazioni di apertura e solidarietà, ma ormai è chiaro, al di là delle belle parole, che l’Europa centrale non ha intenzione di assorbire un flusso così pesante. La Gran Bretagna rifiuta di accogliere 3.000 minori siriani da Calais, la Norvegia offre denaro a chi accetta di andarsene, l’Austria dà spazio a una posizione anti-immigrati.
L’Europa è in grado di sopportare e gestire questa immigrazione di massa e incontrollata che affolla i centri d’accoglienza e i ghetti autocostruiti in Spagna, Italia, Grecia e Turchia? Certo l’arrivo in tempi brevi di grandi masse di immigrati metterebbe ad ancor più dura prova sia le possibilità di lavoro sia le tutele sociali in Unione Europea, già colpite dalla crisi economica internazionale.
I capitalisti tedeschi per portare avanti l’espansione a est non hanno bisogno di milioni di immigrati (nonostante le promesse della Merkel) – si dice ne abbiano assorbito un milione, per ora scelgono solo siriani istruiti – e potrebbero provocare un cambiamento di politica.
La Francia è da tempo interlocutore politico della Germania per allontanare lo spettro dell’ostilità franco-tedesca che ha provocato tutte le guerre europee degli ultimi due secoli, e oggi deve gestire il malessere dei suoi immigrati storici, la repressione delle cellule fondamentaliste e il ghetto di Calais, ma non subisce importanti flussi attuali.
Gli immigrati che arrivano in Spagna, Italia, Grecia rischiano invece di restare in gran parte in questi paesi data la crescente difficoltà frapposta dagli altri stati europei ad accoglierli, né si prevedono grandi aiuti da parte dell’UE (la cui ambiguità al riguardo è sempre più evidente) per sostenere la gestione di questi flussi.
Questi paesi, già preda della crisi economica e della mancanza di lavoro, sono lasciati da soli, in una situazione molto difficile sia dal punto di vista politico che economico e culturale: si tratta di soccorrere e sfamare i migranti – ma anche integrarli se la loro permanenza si protrae, e ciò è tanto più necessario oggi per non offrire terreno al fondamentalismo – e di subire contraccolpi sul turismo e possibili cali di investimenti. L’Italia, la Spagna e la Grecia rischiano di diventare paesi costretti ad assorbire crescenti flussi di popolazione facendo da cuscinetto all’Europa centrale (Francia, Germania, Austria). Si creerebbe una piccola Europa più sicura e più stabile economicamente all’interno della UE: l’Europa a due velocità che è implicita nell’attuale polemica Draghi-Merkel.
Un possibile esito di questa crisi immigratoria con la chiusura delle frontiere sarebbe la spaccatura di fatto della UE: quando i confini d’Europa a sud vengono spostati dal Mediterraneo a Idomeni e al Brennero, nonostante Frontex, la proposta di una guardia costiera europea e le quote teoricamente concordate, si arriva a questo.
A chi gioverebbe questa spaccatura? Obama spinge per l’approvazione del Trattato Transatlantico (TTIP e TISA) ed esorta i britannici a restare nella UE, per ancorare l’Europa centrale all’Occidente. L’Italia interessa per la sua posizione strategica gli USA e Israele, e finirebbe per dover rafforzare i suoi legami con essi; già ora viene spinta a porsi come capofila dell’intervento (per ora solo politico) in Libia. Le guerre aperte nel Mediterraneo diventano sempre più un problema solo per l’Europa mediterranea e non per l’Europa intera.
Se invece la UE mantiene la sua volontà di essere un interlocutore economico, sociale e culturale degli altri grandi, USA, Russia, Cina, deve diventare anche un vero interlocutore politico. Da una parte deve rafforzare la sua unità interna, eliminando i blocchi e le barriere estemporanee fra gli stati, garantendo sostegno ai paesi di arrivo per organizzare la sosta e l’identificazione dei migranti e attuando quote realistiche paese per paese (senza lasciare i più derelitti ai paesi più deboli). Dall’altra parte deve fare accordi con altri paesi ospitanti (Turchia, Libano, Giordania) e con quelli di partenza,cioè finirla una volta per tutte con le ingerenze coloniali cui viene spinta dagli USA, lavorare per la fine dei conflitti e porsi da pari a pari con i paesi del Medio Oriente e dell’Africa per contribuire alla loro conquista dell’autosufficienza alimentare e produttiva.
Sic

martedì 29 marzo 2016

Russia: Coldiretti, azzerato export ortofrutta, formaggi e salumi (Comunicato stampa COLDIRETTI)

dal sito : http://www.coldiretti.it/
Russia: Coldiretti, azzerato export ortofrutta, formaggi e salumi


Agroalimentare unico settore con embargo totale. Persi 400 mln
La nuova guerra “fredda” economica con la Russia ha azzerato completamente le esportazioni di ortofrutta, formaggi, carni e salumi Made in Italy ma ha anche provocato una devastante turbativa sui mercati agricoli europei che ha messo in crisi milioni di aziende. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’indagine della Cgia di Mestre nel ricordare che l’agroalimentare è l’unico settore ad essere colpito direttamente dall’embargo totale sancito dalla Russia con una lista di prodotti per i quali è del tutto vietato l’ingresso, frutta e verdura, formaggi, carne e salumi ma anche pesce, provenienti da UE, Usa, Canada, Norvegia ed Australia con decreto n. 778 del 7 agosto 2014 e successive proroghe. In termini di valore i prodotti agroalimentari Made in Italy piu’ dipendenti dalla Russia e quindi piu’ colpiti dall’embargo in termini di taglio in valore delle esportazioni sono stati - precisa la Coldiretti - nell’ordine la frutta, le carni e frattaglie, i formaggi e latticini.  Dall’inizio dell’embargo ad oggi si stimano perdite dirette dovute all’embargo totale sui prodotti agroalimentari Made in Italy per 400 milioni di euro. La guerra commerciale ha pero’ provocato - continua la Coldiretti – anche effetti indiretti dovuti alla mancanza di sbocchi di mercato che ha fatto crollare le quotazioni di molti prodotti agricoli europei nel lattiero caseario, nella carne e nell’ortofrutta al di sotto dei costi di produzione costringendo le aziende alla chiusura. Per il Made in Italy si sta verificando anche - conclude la Coldiretti - un pesante danno di immagine a causa della diffusione in Russia di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con l’Italia ma che sono realizzati all’interno dei confini russi o in Paesi che si stanno avvantaggiando della situazione. 
http://www.coldiretti.it/News/Pagine/233---26-Marzo-2016.aspx

venerdì 11 marzo 2016

Dopo il caso Regeni in Egitto,l’uccisione dei tecnici italiani in Libia:un attacco all’Italia? (dal sito pennabiro.it)


dal sito pennabiro.it
Dopo il caso Regeni in Egitto,l’uccisione dei tecnici italiani in Libia:un attacco all’Italia?



Il cadavere del giovane ricercatore fu trovato nel momento stesso in cui il ministro Guidi stava per firmare una serie di contratti in una riunione con il mondo industriale egiziano,riunione poi sospesa.
Adesso due dei 4 tecnici iitaliani rapiti in Libia vengono uccisi molto probabilmente durante una operazione che riguardava la loro liberazione.Egitto e Libia,due paesi con cui l’Italia ha importanti rapporti commerciali ,è lecito chiedersi:sono due azioni collegate il cui obiettivo è colpire gli interessi del nostro paese?
A suo tempo il governo Berlusconi concluse un trattato di amicizia con la Libia ,in un disegno di politica internazionale che vedeva anche la Russia come partner importante.Sappiamo come è andata a finire,Gheddafi fu barbaramente eliminato,il trattato di amicizia Italia-Libia calpestato,dopodichè sono venute le sanzioni alla Russia che hanno penalizzato fortemente l’export italiano.Oggi si chiede all’Italia di inviare soldati in Libia,in una intervista  del 4 marzo sul Corriere della Sera l’ambasciatore americano
dà anche un numero preciso,5000 uomini.Nella stessa intervista viene detto che gli USA hanno aspettato troppo per completare i lavori in Sicilia del MUOS ,il nuovo centro di controllo militare globale e l’ambasciatore non spende una parola autocritica sulle intercettazoni sugli uomini di governo italiani.Viene da pensare:ma chi comanda in Italia?
Da qualche parte viene criticata la cosiddetta prudenza di Renzi di fronte alle richieste di intervento militare in Siria e Libia,così come la dichiarazione di concedere l’uso della base militare di Sigonella per inviare droni armati in Libia,volta per volta dopo valutazione del governo italiano.Vale la pena ricordare che la base di Sigonella fu già al centro di un conflitto tra governo italiano e americano ai tempi di Craxi.A suo tempo,nel 2014 e 2015 , Renzi aveva sollecitato un intervento militare in Libia,ci ha ripensato?Se sì lo dica chiaramente al paese.Del resto se negli USA il prossimo presidente eletto fosse favorevole ad un totale disimpegno dal Mediterraneo e l’appoggio attuale ad una coalizione guidata dall’Italia venisse meno il nostro governo si troverebbe con il cerino acceso in mano.
Da un lato poi si propone all’Italia la ”direzione”delle operazioni in Libia.Dall’altra i fatti di Regeni e dei due tecnici uccisi possono anche essere letti come una operazione per coinvolgere l’opinione pubblica italiana che i sondaggi danno contraria per l’81% alla guerra in Libia e spingere il governo ad intervenire.
Occorre anche ricordare che ai tempi dell’intervento militare che portò all’eliminazione fisica di Gheddafi e del suo governo,ci fu un contrasto tra il presidente della Repubblica Napolitano che secondo la Costituzione riveste il compito di capo delle forze armate e il presidente del Consiglio Berlusconi .Qualcosa del genere si ripropone tra Mattarella,di recente in visita negli USA e Renzi?
E corrisponde al vero che esistono da tempo preparativi di guerra all’insaputa del parlamento e dei cittadini italiani?E chi li avrebbe promossi?
Una cosa è certa ,il caos che esiste nel NordAfrica e in MedioOriente è responsabilità precisa della politica imperialista degli USA e dei paesi europei che li hanno seguiti.
Purtroppo la mentalità e gli interessi coloniali fanno ancora parte della politica dei maggiori paesi europei,ognuno cerca di favorire le proprie compagnie petrolifere e infatti la portaerei De Gaulle è già posizionata davanti alle coste libiche, l’amministrazione americana si serve di questo e gioca su questa rivalità.
Occorre naturalmente un pretesto a tutto questo,se con Gheddafi o Saddam il pretesto era perché venivano definiti dittatori da quegli stessi governanti occidentali che fino a poco tempo prima li accoglievano come amici,adesso il pretesto è il pericolo dello stato islamico.
La posizione del nostro governo di intervenire soltanto dopo che sarà stata presa una decisione dell’ONU non regge ed è da respingere proprio perché negli anni recenti il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha avallato invasioni camuffate da interventi umanitari.L’ONU ha dei padroni e anche in passato è prevalsa la loro volontà per giustificare aggressioni ed invasioni militari.
Occorre invece ribadire con forza che c’è un un principio di non ingerenza nei rapporti tra paesi anche se l’ONU ha fatto finta spesso di dimenticarsene ed è a quel principio che occorre richiamare l’opinione pubblica e quanti intendono manifestare contro la guerra.Quel principio è stato spesso calpestato e in questo vi è anche la responsabilità dei dirigenti delle cosiddette sinistre italiane ,francesi,inglesi e altre che a suo tempo hanno sostenuto la guerra in Serbia.Eppure i responsabili di tutte le guerre che hanno causato e causano morti e distruzioni ,dall’Iraq alla Siria,sono liberi e tranquilli.
Il popolo italiano non deve cadere in questa trappola dell’intervento in Libia ma chiedere una presa di posizione del governo italiano a favore di una soluzione pacifica .Ma non soltanto il popolo italiano non deve cadere nella trappola,l’intera Europa non deve caderci,sarebbe la fine di un possibile progetto politico che rappresenta le aspirazioni dei popoli europei che prevede il dialogo e lo scambio con l’altra sponda del Mediterraneo,non la guerra.Per questo siamo dell’opinione che occorra una pressione popolare in vario modo sul Parlamento europeo pechè vieti espressamente la partecipazione di qualsiasi paese europeo all’intervento militare in Libia.L’Europa ha una responsabilità storica per l’arretratezza dell’Africa e del medio Oriente,invece di spendere soldi in portaerei o per tenere i profughi nei campi vedi i 3 miliardi di euro dati alla Turchia,dovrebbe pensare seriamente ad un piano di sostegno economico senza nessun condizionamento o pretesa coloniale.
Dove ci porterebbe un nuovo intervento coloniale in Libia visti i risultati del precedente intervento ?Nessuno lo sa ma una cosa è certa e cioè che aumenterebbe ancora di più nel mondo, il caos ,il terrorismo e il fenomeno dell’immigrazione.
sic

mercoledì 2 marzo 2016

La Cina svaluta: retroscena e prospettive , Dal sito Critique of the new Century,intervista al prof.Giuseppe Sacco


da http://www.pennabiro.it/

La Cina svaluta: retroscena e prospettive

Cosa ha provocato la decisone di svalutare lo yuan ?
Giuseppe Sacco – Identificare la causa occasionale che ha fatto si che, a metà Agosto, venisse decisa una svalutazione è abbastanza semplice. Basta osservare che questa misura è venuta dopo che sono stati conosciuti i dati dell’export cinese nel mese di Luglio, dati che segnalano una diminuzione dell’8,3% nell’arco di dodici mesi. Una svalutazione della moneta per tentare di rilanciare le esportazioni appare una mossa logica, ed abbastanza scontata.
Questa svalutazione potrebbe però essere vista come una decisione che si inserisce in un quadro più ampio. Così hanno voluto presentarla i Cinesi, e così hanno voluto vederla alcuni osservatori occidentali, sottolineando come essa sia il risultato di una modifica del metodo con cui la Banca Popolare di Cina, (zhōng guó rén mín yín xíng), l’Istituto di emissione di Pechino, calcola quotidianamente il tasso di cambio tra la valuta cinese, il Renminbi (detto anche Yuan), e il Dollaro americano. Da questo tasso, detto midpoint, ci si può discostare – nelle transazioni di valuta effettuate all’interno del Paese – al massimo del 2 per cento.
In che cosa consiste questa modifica di sistema?
Giuseppe Sacco – La seconda settimana di Agosto, la Banca Popolare di Cina ha dichiarato che da quel momento in poi, invece di stabilire questo tasso in maniera autocratica, cioè politica, lo avrebbe fatto tenendo conto di alcuni fattori di mercato: in particolare il tasso effettivo cui erano avvenuti gli scambi il giorno precedente, tenendo cioè conto di quanto il mercato avesse profittato della banda di tolleranza del 2 percento.
Se il mercato avesse spinto al ribasso, il giorno dopo la Banca centrale avrebbe fissato ad un livello più basso il midpoint attorno a cui si poteva oscillare, sempre nel margine del 2 per cento. Il che, in teoria, avrebbe consentito alle forze del mercato, spingendo nella stessa direzione per più giorni, di portare su o giù il valore dello a moneta cinese ad un passo tutt’altro che trascurabile.  Ed infatti, il secondo giorno della settimana in cui veniva applicato il nuovo metodo, Martedì 11 Agosto, prendendo atto che il mercato aveva il giorno precedente considerato troppo alto il Renminbi,  la banca Popolare Cinese ha fissato il midpoint ad un livello che era dell’1.9 per cent più basso di quello del giorno precedente Lunedì 10.
Il cambiamento di sistema ha  quindi determinato la svalutazione?
Giuseppe Sacco – Esattamente. E per questo motivo non si trattava di una svalutazione in senso stretto, ma del risultato della prima  applicazione del nuovo sistema di calcolo. E questo, il giorno dopo avrebbe potuto anche segnalare un risultato opposto, e spingere il Renminbi al rialzo. Nei giorni successivi, però, ciò non si è verificato. Anzi il nuovo meccanismo ha continuato a produrre effetti che vanno nella stessa direzione del primo giorno d’applicazione, facendo scendere il midpoint di un altro 1,6 per cento e poi ancora dell’1,1 per cento.
Si è insomma messo in moto un meccanismo che porterà al cambio Yuan-Dollaro fissato dalle forze di mercato, come da tempo era richiesto alla Cina da parte degli Stati Uniti e dagli organismi internazionali controllati da Washington, come il FMI?
Giuseppe Sacco – E’ meglio non correre troppo con le conclusioni. Certamente si va verso la fissazione di midpoints quotidiani fortemente influenzati dagli scambi, ma ci sono almeno due cose da dire relativamente a quanto gli Americani vorrebbero che la Cina facesse. In primo luogo,  gli USA spingevano contemporaneamente per verso obiettivi ideologicamente contraddittori: un obiettivo – diciamo così – “liberista” (il tasso di cambio deciso dal mercato), ma anche per un obiettivo “protezionista”, quello di migliorare il loro catastrofico interscambio con la Cina. Ed a tal fine premevano per una rivalutazione del Renminbi, che infatti negli ultimi dieci anni si è rivalutato del 55 per cento rispetto al dollaro. La settimana scorsa Washington ha – forse – ottenuto soddisfazione sull’obiettivo ideologico, ma la svalutazione è una sconfitta delle sue pressioni politico-diplomatiche, e un aggravamento della situazione degli Stati Uniti sul piano della competitività commerciale internazionale.
E poi, Pechino ha rinunciato alla fissazione autocratica del cambio valutario, ma non al proprio atteggiamento dirigistico in economia. Nel secondo giorno di applicazione del nuovo sistema, infatti, quando si è visto che la svalutazione superava il 2 per cento, il governo cinese ha dato ordine alle banche – di proprietà pubblica – di intervenire comprando yuan. A un quarto d’ora dalla fine della giornata questo ha infatti recuperato un 1 per cento, consentendo alla Banca Popolare di “tenere conto delle forze di mercato”, e di contenere la svalutazione al 1.6 per cento.
Non si tratta quindi di un passaggio alla prevalenza delle dinamica domanda/offerta?
Giuseppe Sacco – Il Financial Times si è espresso in maniera molto positiva sul comportamento della Cina in questa occasione. Ma per il momento la liberalizzazione del tasso di cambio sembra verificarsi solo in parte. C’è certamente un aggiustamento del sistema di fissazione dei cambi valutari nel senso del tener conto dei livelli reali del mercato, e ciò è molto positivo, specie ai fini dell’ingresso dello Yuan nel “paniere” delle valute che è alla base dei Diritti Speciali di Prelievo. C’è però un’altra novità che discende da questa apertura alla forza del mercato, ed è che le aziende cinesi ora dovranno imparare a produrre con materie prime importate e ad esportare i loro prodotti verso i mercati esteri in un sistema di cambi non più semirigidi; dovranno cioè imparare a gestire rischi cui non sono abituate. La Banca Centrale dovrà perciò intervenire ancora a lungo per evitare oscillazioni troppo forti, prima che le imprese abbiano imparato a navigare in un mare dal forte moto ondoso, e prima che il tasso di cambio possa essere lasciato in balìa del meccanismo del mercato.
Insomma, per quanto riguarda, in chiave futura, un avvicinamento alla liberalizzazione del cambio, mi sembra eccessivo dire che si sia ormai stabilita una prevalenza delle dinamica domanda/offerta sugli interventi di politica valutaria. Anzi si è confermato quanto già visto nella crisi asiatica del 1997-98, quando il fatto che la Cina avesse il controllo dei cambi mise termine ad una spirale che stava distruggendo tutti i “miracoli” asiatici: il controllo dei cambi è un’arma potentissima in mano all’élite dirigente cinese, e questa non ha ovviamente nessuna intenzione di rinunciarvi.
Non è detto infatti che, se il Renminbi prendesse a crescere di valore, e ostacolasse così le esportazioni, la Banca Popolare insisterebbe nell’uso del meccanismo introdotto di recente. E’ probabile invece che si applicherebbe a questo caso la stessa logica che abbiamo visto un mese fa, quando sono fortemente calate le Borse di Shanghai e di Shenzhen. Tutte le armi in possesso delle autorità politiche cinesi sono state utilizzate per bloccare la dinamica naturale degli scambi. Il meccanismo del mercato è insomma apparso accettabile solo quando produce risultati positivi nel quadro dell’ascesa della Cina come grande potenza economica. Quando invece ne procura di negativi, o comunque sgraditi, ha buone probabilità di essere subito mandato in soffitta.
Si apre un’epoca di svalutazioni competitive?
Giuseppe Sacco – Nei giorni centrali della seconda settimana di Agosto, Martedi 11 e Mercoledi 12, si è affettivamente avuta questa impressione, e molti hanno immaginato che la seconda potenza economica mondiale stesse entrando in una “guerra delle valute”. Ma già il terzo giorno è prevalsa l’opinione che si trattava di esagerazioni.
Quindi il principale, se non l’unico risultato di questa svalutazione sarà una ripresa delle esportazioni cinesi? E che previsioni si possono fare previsioni sull’andamento futuro?
Giuseppe Sacco – L’Agenzia di rating Moody’s dubita però che basterà questa svalutazione a dare una vera spinta alle esportazioni, e capovolgerne la tendenza al declino. E leggendo attentamente il China Daily, l’edizione internazionale del quotidiano ufficiale del Partito, Renmin Ribao , sembra di intravedere una conferma alla possibilità di una ulteriore graduale svalutazione. Ma alcune banche europee fanno notare che non basterebbe solo una svalutazione di almeno del 10 per cento per dare una vera frustata all’export; ancora di più ci vorrebbe un forte aumento della domanda nei paesi importatori di prodotti cinesi. E questo non è molto sicuro che accada.
Con le previsioni io, però, mi fermerei qui. Non dimentichi che io sono un professore, e che fare previsioni non è scientifico. Però vorrei far notare che Martedì 11 Agosto, mentre the gli scambi tra Dollaro e Yuan effettuati sul territorio della Cina propriamente detta – dove la fissazione a fine giornata dipende come abbiamo visto dalla Banca centrale – hanno visto una caduta di valore dello Yuan pari all’1,9 per cento, ben diverso è stato l’andamento del cosiddetto offshore renminbi, cioè della valuta cinese scambiata fuori dalla Cina continentale, soprattutto ad Hong Kong. Qui, lo Yuan ha perso in un sol giorno il 2,8 per cento, il che indica chiaramente che le forze del mercato tendevano a spingere la valuta cinese molto più giù di quanto la Banca centrale è stata poi disposta a realizzare. Ed un altro segnale interessante in materia di attese su una ulteriore svalutazione dello Yuan è venuto dall’andamento dei titoli delle assicurazioni contro le oscillazioni tra dollaro e Yuan che sono fortemente aumentati di prezzo.
Giuseppe Sacco è intervistato da Salvatore Santangelo


Giuseppe SACCO - Note biografiche (da http://docenti.luiss.it/gsacco/)
Nato a Napoli il 1/08/’38. Laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Napoli nel 1961.
Curriculum
Professore Ordinario di Politica Economica Internazionale, e Professore di Movimenti di Popolazione e Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli.
E’ stato Professore di Relazioni e sistemi Economici Internazionali, e di Relazioni internazionali presso la stessa Università.
In precedenza, Professore presso il “Cesare Alfieri” di Firenze, presso l’Institut d’Etudes Politiques de Paris, e presso le Università di Princeton e di San Francisco, California.
E’ Editor dello The European Journal of International Affairs. Già Capo Divisione all’Oecd di Parigi, a partire dal 1971, ha lavorato come consulente in più di 50 Paesi, sia per organizzazioni internazionali (Onu, Cee, Oecd, Banca Africana di Sviluppo, Banca Asiatica di Sviluppo) che per moltissime compagnie italiane e straniere.
È stato Executive Vice-President della Saltec-Lavalin (Rome-Montreal), General Manager della Erasmus Press (Rome-Munich-Washington).
Pubblicazioni recenti
– Petrolio e Potere Mondiale, forthcoming.
– Critica del nuovo secolo, Luiss University Press, 2005.
– Que se vayan: America Latina contesa, Sankara, Roma, 2003

sabato 6 febbraio 2016

Il petrolio e la crisi prossima ventura, una interessante intervista al prof.Giuseppe Sacco,Ordinario di Relazioni e Sistemi economici Internazionali (da pennabiro,it)

da http://www.pennabiro.it/
Il petrolio e la crisi prossima ventura



Ci è pervenuta una interessante intervista al prof.Giuseppe Sacco*,Ordinario di Relazioni e Sistemi economici Internazionali,sul tema del petrolio,in particolare sui motivi che stanno alla base della fortissima discesa del costo del barile.L’intervista si trova sul sito “Critique of the new century”.


Giambattista Pepi intervista Giuseppe Sacco


 – Le quotazioni del petrolio sono in caduta libera. Per la prima volta dal 2004, ha rotto la soglia psicologica dei 30 dollari. Perché declina? 
Giuseppe Sacco – Il prezzo del petrolio scende per un forte calo della domanda, dovuto soprattutto al rallentamento dell’economia cinese.
Nel 2006-08, alla crisi della domanda Usa, che aveva creato milioni di disoccupati in Cina, Pechino aveva reagito, per creare occupazione, spostando il ruolo di motore dell’economia dal settore manifatturiero orientato alle esportazioni a quello dei lavori pubblici, grande divoratore di cemento e di acciaio, per cui si richiedono enormi quantità di energia. Anni di crescita che hanno sostenuto la domanda mondiale ed i prezzi di tutte le materie prime. Oggi, la fine di questa fase – dato che l’utilità di questi investimenti è andata via via decrescendo – le spinge invece al ribasso, in primis il petrolio. Anche perché l’Arabia Saudita e gli altri produttori non hanno in alcuna modo ridotto l’offerta.
Q – Secondo le banche d’affari Morgan Stanley, Goldman Sachs e Citigroup, i prezzi potrebbero andare a 20 dollari, anche a causa del dollaro più forte e dell’offerta di shale gas, shale oil e alle estrazioni da acque profonde.
Giuseppe Sacco – E’ possibile. Con le nuove fonti di idrocarburi, i soli USA hanno quasi all’improvviso aggiunto alla produzione l’equivalente di un milione di barili di petrolio al giorno, e sono diventati esportatori. Basta pensare che nei giorni scorsi, in Louisiana, è entrato in funzione un impianto che inizialmente era stato previsto per la ri-gassificazione di gas liquefatto importato. Solo che, a metà della costruzione, si è dovuta cambiarne la destinazione facendone un impianto di liquefazione per l’esportazione.
Naturalmente, basterebbe che i Sauditi riducessero la loro produzione da 10 a 8 milioni di barili al giorno per avere benefici effetti sulle quotazioni. Ma non lo fanno, perché vogliono colpire da un lato l’industria dell shale gas proprio nel momento più delicato del suo sviluppo, e dall’altro la Russia. Non solo perché schierata sul fronte opposto nella guerra mediorientale, ma anche per mere ragioni di concorrenza. La Russia è l’unico Paese che allo stato attuale può estrarre più del regno Saudita, ad un costo di produzione, però, molto più caro. A prezzi molto bassi, il danno è per Mosca molto, ma molto, più grave che non quello subìto da Riyadh.
E non è tutto. I prezzi bassi possono far subire al petrolio russo anche un danno a lungo termine, e in parte irreversibile. I pozzi della Russia sono quasi tutti zone dove il sottosuolo è gelato in permanenza. Il petrolio fluisce comunque, perché esce caldo dalle profondità. Ma se il flusso si interrompe, gli impianti possono venire danneggiati. Mosca perciò deve continuare ad estrarre anche a prezzi stracciati, e già in passato è stato costretta a creare in superficie delle vere proprie discariche di greggio.
Oltretutto, a rendere verosimile l’ipotesi che il prezzo possa ancora scendere, c’è il fatto che, con una produzione mondiale che supera i consumi di circa due milioni di barili il giorno, non si sa più dove stoccare il petrolio in eccesso. E molte petroliere – rimaste inutilizzate per il calo dei traffici e parcheggiate in luoghi come i fiordi della Norvegia – vengono usate come serbatoi galleggianti.
Q – Quali sono le conseguenze per l’economia mondiale dall’erosione dei prezzi del petrolio? Potrebbe essere il petrolio a fare da innesco ad una crisi economica internazionale?
Giuseppe Sacco – In teoria, la caduta del prezzo del petrolio dovrebbe essere un fattore di crescita delle economie avanzate industriali, se portasse a prezzi più bassi per benzina ed elettricità. In pratica, quota 30 dollari è il segno di una crisi che è già in atto, e simile a quella del 2008.
Allora la crisi nasceva dal trasferimento verso paesi a basso costo del lavoro di moltissime attività manifatturiere, i cui prodotti venivano ri-esportati verso quegli stessi paesi dove questo trasferimento aveva distrutto milioni di posti di lavoro ben pagati. E’ vero che i bassi salari dei “nuovi operai” hanno garantito molti anni di crescita senza inflazione, ma hanno anche creato uno squilibrio che col passare del tempo si è rivelato insostenibile. Come potevano le famiglie dei “vecchi operai”, di quegli stessi che avevano perso il lavoro continuare a comprare i prodotti cinesi? Lo hanno fatto indebitandosi fino al punto da non poter più onorare le loro carte di credito e i mutui delle loro case, tanto da gettare le banche in una crisi così grave da minacciare il sistema finanziario globale.
Oggi il problema si ripropone, solo che a minacciare l’equilibrio sono le banche che hanno finanziato investimenti le cui prospettive apparivano eccellenti quando il petrolio era sopra i cento dollari. E ad esse si uniscono le banche cinesi che hanno finanziato le colossali opere pubbliche decise da Pechino per evitare la disoccupazione di massa.
Q – Quindi, allo stato attuale dei prezzi del petrolio, ci sono squilibri economici nei paesi produttori e ciò può ripercuotersi sulla crescita mondiale?
Giuseppe Sacco – Indubbiamente! E ad essere messi in crisi non sono solo i paesi produttori ex- “emergenti”. Ciò che tira già le Borse è che, soprattutto in America, molte aziende che hanno investito nei nuovi settori energetici, come il fracking, stanno fallendo e fragilizzando le banche che le hanno finanziate.
Tutto ciò si aggiunge ai problemi delle banche cinesi. Per fronteggiare la crisi culminata nel 2008, il Governo di Pechino impose allora alle banche – di proprietà statale – di finanziare qualsiasi progetto edilizio o infrastrutturale. Ora, alcuni di questi progetti – come le metropolitane o certe
ferrovie ad alta velocità – sono utilissimi, e produrranno ricchezza per decenni. Ma altri – proposti
da imprenditori improvvisati per sfruttare questa ghiotta occasione – erano campati per aria, e fanno tramare le banche.
Non c’è solo l’esempio di Ordos, nella Mongolia cinese: una città veramente bella, costruita per un milione di abitanti, che è completamente vuota. Persino nel centro di Shanghai, su Nanjing Lu, qualche lussuosissimo centro commerciale è parzialmente abbandonato, e neanche la parte utilizzata sembra produrre alcun reddito. Ma tutta la Cina è piena di cattedrali nel deserto: enormi stadi in città in cui non esiste le squadra, oppure giganteschi cantieri senza operai, dove la ruggine sui ferri che sporgono dal cemento mostra che i lavori sono interrotti da lungo tempo.
Q – La prossima crisi potrebbe muovere dall’Oriente, dalla Cina?
Giuseppe Sacco – La Cina, anche se è un paese piuttosto ben governato, fa più paura per via delle sue dimensioni. Anche un piccolo errore può avere effetti giganteschi. Ma la minaccia viene da tutti i Paesi ex-emergenti, come il Brasile, verso cui le grandi banche internazionali hanno crediti molto pericolanti. Poi c’è il rischio Russia, nel cui export il petrolio ha una quota enorme, e che per questo motivo è già fallita in passato, quando il prezzo del greggio scese a 10 dollari.
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* il Prof. Giuseppe SACCO è stato tra gli importanti Relatori al Convegno sul tema "Un progetto per rispondere al declino industriale,alla crisi occupazionale,all'attacco al mondo 
del lavoro" che abbiamo organizzato come Coordinamento Milanese di Solidarietà "DALLA PARTE DEI LAVORATORI" a Milano il 23 febbraio 2006.
 ATTI CONVEGNO UN PROGETTO PER USCIRE pagg 44-49 relazione Prof. Giuseppe Sacco
clicca sull'immagine qui sopra per accedere alla Relazione del Prof. Sacco


Giuseppe SACCO - Note biografiche (da http://docenti.luiss.it/gsacco/)
Nato a Napoli il 1/08/’38. Laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Napoli nel 1961.
Curriculum
Professore Ordinario di Politica Economica Internazionale, e Professore di Movimenti di Popolazione e Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli.
E’ stato Professore di Relazioni e sistemi Economici Internazionali, e di Relazioni internazionali presso la stessa Università.
In precedenza, Professore presso il “Cesare Alfieri” di Firenze, presso l’Institut d’Etudes Politiques de Paris, e presso le Università di Princeton e di San Francisco, California.
E’ Editor dello The European Journal of International Affairs. Già Capo Divisione all’Oecd di Parigi, a partire dal 1971, ha lavorato come consulente in più di 50 Paesi, sia per organizzazioni internazionali (Onu, Cee, Oecd, Banca Africana di Sviluppo, Banca Asiatica di Sviluppo) che per moltissime compagnie italiane e straniere.
È stato Executive Vice-President della Saltec-Lavalin (Rome-Montreal), General Manager della Erasmus Press (Rome-Munich-Washington).
Pubblicazioni recenti
– Petrolio e Potere Mondiale, forthcoming.
– Critica del nuovo secolo, Luiss University Press, 2005.
– Que se vayan: America Latina contesa, Sankara, Roma, 2003