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lunedì 12 ottobre 2015

MASTER MUSICIANS OF JAJOUKA (recensione musicale a cura di Amerigo Sallusti)

recensione musicale a cura di Amerigo Sallusti
MASTER MUSICIANS OF JAJOUKA

Bill Laswell è uno sperimentatore fra musiche tradizionali e avanguardia contemporanea. Il bassista ha appena terminato un nuovo progetto con la formazione indicato nel titolo, dopo che con la stessa aveva già elaborato nel 1992 “Apocalypse Across the Sky”, capitanata da Bachir Attar.
Quest’ultima produzione è caratterizzata dall’estrema fluidità delle ritmiche magrebine, impegnate in un dialogo con particolari strumenti elettrici. L’Occidente e il mondo tribale si sovrappongono, e la ritualità offre stimoli inediti e virtuosi. Scoperti per la prima volta dai Rolling Stones e dallo scrittore William Burroughs, i Master Musicians  sono un’esperienza sonora imperdibile. Lewis Brian Hopkins Jones il fondatore e “vero” leader delle Pietre rotolanti era un vero innovatore nell’utilizzo degli strumenti tradizionali delle culture popolari e così fece anche quando “agganciò” i Master Musicians.
Combo di berberi dediti al Sufi che innestano costantemente di musica trance. Provenienti dal villaggio di Jajouka nelle montagne del Ahl Srif nella parte sud della catena del Rif, nel nord del Marocco. Considerando in primis che la musica marocchina è di molti tipi e soprattutto la modalità araba, berbera e andalusa.
Quest’ultima deriva direttamente dalle musiche della metà del 1500 ed è caratterizzata dall’uso dei diversi dialetti locali che ne stilizzano il cantato (spesso derivante da poesie popolari) su linee musicali invece simili tra loro, legate soprattutto dal tradizionale violino kemanjah e dallo strumento cordofono, simile ad un banjo, conosciuto come rebab. La modalità araba ha mantenuto linee classiche senza mai evolversi, con espressioni vocali dedicate a tematiche amorose o qualora satireggianti, con utilizzo di cori che si rifanno alle litanie religiose e le parti di accompagnamento musicale ridotte all’osso.
I Master Musician si rifanno alla “pratica” berbera, strettamente collegata al ballo ed alle danze rituali anche nella variante sufi (filosofia mistica pre-islamica). Fortemente caratterizzati, i Master Musicians ma anche la modalità berbera, da un uso strenuo delle percussioni e tamburi tradizionali, come i tambourines, definiscono il proprio ritmo con melodie sincopate decisamente trascinanti che “lanciano” i danzatori in vorticose estasi mistiche. Sono, i nostri, tra i principali animatori del festival di Gnaoua di Essaouira, un’esperienza sensoriale completa, dove ogni anno musiche provenienti da tutta l’Africa si intrecciano a rappresentazioni teatrali catartiche.
Non foss’altro perché gli Gnawa (da cui Gnaoua) antichi discendenti degli schiavi delle vie carovaniere che provenivano dall’oriente ( da qui il frammischiarsi di generi e culture) fondarono confraternite e attraverso di esse si arrivò al relativo culto di miscelare elementi africani e arabo-berberi, cui in maniera preponderante si ispirano i Master Musicians e lo si sente durante le loro esibizioni aperte dai maalem, i maestri cerimonieri, accompagnati dal suono del sintir o guembrì (un caratteristico basso a tre corde utilizzato dai popoli nomadi del Sahel) e dai tamburi di pelle di capra unitamente al battito dei crotales (nacchere metalliche) mentre “partono” canti in arabo dialettale dal ritmo ossessivo “assediati” da melodie pentatoniche e ritmi sincopati (quasi un blues primigenio) il tutto accompagnato da frenetiche danze e battiti di mani.
Per tal emotivo sul finire dei ’60 comunità hippy, artisti e musicisti di tutto il mondo (da Zappa a Hendrix) cominciarono a visitare e stabilirsi in queste lande, per capire in sostanza, come riscaldare gli algidi cuore dell’Occidente. Si danza!